Dalle ricerche condotte non è stato facile trovare notizie e testimonianze storiche del paese di Schiavi prima del 937. A questa data risale una donazione fatta ai Monaci benedettini di Montecassino da parte di un ricco proprietario di Vicalvi nella quale è citato Schiavi: “ Eodem tempore Agelmundus quidam nobilis de Vicalbo, obtulit huic monasterio curtem suam quae dicitur de Pranduli, cum omnibus pertinentiis eius; aliamque curtem in Patinara cum vineis, et pratis, omnibusque pertinentiis suis. Nec non et omnia quae illi iure haereditario pertinebat, tam in civitate sorana quam et in castello quod dicitur Sclavi.”
Traduzione: “Agelmundo, un nobiluomo di Vicalvi, dona al monastero le sue fattorie di Prandulo e Patenara, nonché tutto ciò che gli spettava per diritto ereditario sia a Sora che a Schiavi.”
(Cronica Monasterii Casiniensis, Liber I, Autore Leone, 56, in Monumenta Germaniiae Historiae, Scriptorum,VII, p.619)
In seguito il Castello entrò a far parte della giurisdizione di Arpino, ma nel 1076 Landone, signore di Arpino lo donò al Monastero di S. Domenico di Sora. Tale donazione fu annullata pochi anni dopo da Rachis, castaldo di Vicalvi,, che lo ricedette all’Abbazia di Montecassino. Nonostante ciò fino al XIII secolo sulla zona si continuarono ad esercitare diritti baronali.
Dal “ Catalogus Baronum Regni Neapolitani sub Gulielmo II Rege” nella seconda metà del XIII° secolo Schiavi era sotto la giurisdizione di Vicalvi che apparteneva a Atenulfo parente dei D’Aquino. Con l’ascesa al trono di Federico II i D’Aquino rafforzarono la propria posizione mentre perdeva sempre più influenza l’Abbazia di Montecassino. Nel 1404 in seguito alle nozze di Giacomo V ed Elisabetta d’Aquino, Schiavi passò sotto l’egemonia dei Cantelmo anche se l’acquisto del castello dal re Ladislao fu compiuto solo 2 anni dopo dal successore di Giacomo V, Antonio Cantelmo. Nel 1472 Schiavi insieme al Ducato di Sora passò ai Della Rovere. Qualche anno dopo nel 1495 Schiavi, con la concessione del ducato d’Aquino ai D’Avalos, si stacco dal ducato di Sora per gravitare sotto l’influenza della Famiglia spagnola. Successivamente i D’Avalos vendettero ai Boncompagni il territorio. I Boncompagni dominarono per 2 secoli durante i quali Schiavi godette un periodo di tranquillità politica. Dal XVII secolo le notizie su Schiavi aumentano poiché si può far riferimento alla documentazione conservata presso l’Archivio storico Comunale.
Alla fine del XVIII sec. Ferdinando Pistilli nella sua opera “Descrizione storico-filologica delle antiche città accosto i fiumi Liri e Fibreno” , Napoli 1798, , in una nota posta in calce alla descrizione del castello di Vicalvi descrive così Schiavi “ E’ egli un picciolo Castello vicino Vicalvi ……La sua situazione non è molto felice, ma l’aria è sana ed a’ de’ divertimenti di caccia, specialmente di Ortolani. A’ poi una rarita degna da registrarsi cioè la meravigliosa fonte del luogo ove dicesi “ il ponte….”
Proprio nelle ricerche condotte nell’archivio storico comunale ed in altri archivi è stato possibile trovare testimonianze dell’argomento trattato in questa pubblicazione : l’assalto della Banda di Chiavone in Schiavi la notte del 10 maggio 1862 e ricostruire la situazione socio-economica del tempo.
Tale episodio di brigantaggio politico mostra come il contadino insieme al brigante diventa protagonista nella intricata e sofferta vicenda del passaggio all’unità d’Italia. Un vero coinvolgimento del popolo di Schiavi, che, come in altri paesi del Regno delle Due Sicilie, non aveva a pieno accettato l’annessione coatta all’Italia, dando manforte al brigantaggio politico per riportare il Re Borbone sul trono di Napoli. La notte tra il 9 e 10 maggio 1862 infatti la Banda di Chiavone entrò a Schiavi portando la devastazione ed il saccheggio nelle case dei liberali che avevano sposato la causa dei piemontesi.
In quegli anni Schiavi contava circa 1500 abitanti ( censimento del 1859 – ACF) di cui 300 abitavano dentro le mura del centro storico. Il potere economico e politico era in mano a poche ricche famiglie proprietarie terriere, le famiglie dei cosiddetti “galantuomini” . Il resto della popolazione era dedito al lavoro della terra ed all’artigianato. I possidenti iscritti nel ruolo fondiario erano 240. Tra gli addetti alle arti sanitarie vi erano: 2 medici, 1 chirurgo, 4 farmacisti; alle arti liberali 1 maestra, 2 notai. Vi erano 7 preti. Tra i mestieri diversi troviamo molti coloni, pastori ed operai, 20 artigiani tra fabbri, calzolai, muratori, sarti, falegnami, scardassieri, barbieri e mugnai. Tra i commercianti: 5 bottegai, 1 venditorre di generi privilegiati, 1 facchino e 1 vetturino. In paese vi erano 3 mulini per cereali e 13 per l’estrazione dell’olio di oliva.
Vi erano i molini per cereali e per l’estrazione dell’olio. I molini lavoravano per circa quattro mesi all’anno, gli operai avevano una età dai 12 ai 16 anni e dai 16 anni in poi e lavoravano per circa 11 ore al giorno con una paga compresa fra i 2-4 carlini al giorno oppure in elargizione di macinato
a cura di Marsella Domenico |